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INTERVENTI GIACOBBE PLATANIA

AMBITO AGROALIMENTARE

Macchinari per la lavorazione della frutta fresca

Relatore:

Ing. Francesco Giacobbe – Direttore INAIL UOT di Messina

 Abstract:

I macchinari per la lavorazione della frutta presentano molteplici fattori di rischio correlati principalmente all’interfaccia uomo-macchina necessaria durante l’uso.

Nel corso degli ultimi decenni il settore ha fatto tesoro dei miglioramenti e soluzioni introdotte con l’avvento di nuove tecnologie e normative in ambito comunitario. Si evidenziano comunque ancora criticità correlate ai seguenti rischi:

  • Urto e/o schiacciamento e/o taglio con elementi fissi e mobili;
  • Carenze del manuale di istruzioni.

Il presente lavoro presenta una panoramica dell’evoluzione delle macchine utilizzate per la lavorazione e trasformazione dei prodotti agrumari.

AMBITO MARITTIMO

Esposizione ai rischi durante la pesca

Relatore:

Ing. Mauro Platania – Tecnologo Settore Certificazione, Verifica e Ricerca – INAIL UOT di Messina

 Abstract:

Le attività delle pesca sono caratterizzate dalla presenza di condizioni ambientali critiche nonché di spazi lavoro ristretti. Ciò conseguentemente influenza negativamente molti fattori caratterizzanti la sicurezza dei lavoratori.

In Sicilia sono presenti diverse specifiche tecniche di pesca che tengono conto delle storiche tradizioni. La presente memoria illustra una panoramica delle diverse tipologie di imbarcazioni e dei rischi a cui sono soggetti gli operatori marittimi durante le attività di pesca.

INTERVENTO AMODEO

Blu Sea Land Expo 2019 Abstract
PARTICOLARITA’ DELL’IMPIANTO ELETTRICO
NELL’INDUSTRIA AGROALIMENTARE
P. Amodeo1,2,3
1 INAIL Settore Ricerca Certificazione e Verifica, UOT Palermo, via dei Cantieri 120, p.amodeo@inail.it
2 Referente Tecnico Servizio impianti di terra e di protezione dalle scariche atmosferiche UOT Palermo
3 Componente rappresentante INAIL nell’ambito C.E.I. CT64 – GL1
Rif.: P. AMODEO, INAIL Settore RCV UOT di Palermo, via dei Cantieri 120, cell.: 3287319875, p.amodeo@inail.it
Presentazione memoria: Pietro Amodeo.
La memoria si occupa di evidenziare alcune problematiche che sono emerse durante le verifiche a campione, ai sensi dell’art. 3 del DPR 462/01, effettuate dai funzionari della U.O.T. INAIL di Palermo, in particolare nell’ambito di attività legate all’industria agroalimentare.
Si tratta di aspetti inerenti l’alimentazione elettrica e l’impianto di illuminazione delle celle frigo, l’utilizzo di cavi del tipo CPR, il rischio da sovratensioni e la protezione dai contatti indiretti per i dispositivi di sicurezza antincendio, anche in riferimento alle novità normative introdotte dal CEI e pubblicate nelle recenti varianti alla Norma tecnica CEI 64-8.

INTERVENTO GRILLONE

Autori: Francesco Amaro1, Giovanni Grillone1, Vincenzo Nastasi1
1Tecnologo presso la Unità operativa Territoriale Inail di Palermo
Titolo intervento: L’utilizzo in sicurezza delle attrezzature di sollevamento in ambito portuale
L’intervento illustra la gestione in sicurezza delle apparecchiature di sollevamento che più frequentemente si trovano in ambito portuale, includendo sia quelle a bordo dei pescherecci che quelle presenti nelle banchine portuali.
In particolare vengono presentate le norme legislative e tecniche, nonché le regole per un buon utilizzo delle attrezzature di sollevamento in ambito portuale, al fine di minimizzare i rischi di incidenti dovuti al non corretto uso e/o manutenzione delle stesse.

ABSTRACT FAVA plastica

Abstract per sessione sulla plastica del 20.10-2019
The BLUEMED initiative Pilot “For a Plastic-free, Healthy Mediterranean Sea” for a more productive Mediterranean Sea
Fabio Fava
Alma Mater Studiorum-University of Bologna. DICAM, Via Terracini 28. Bologna. Italy. Email: fabio.fava@unibo.it
An estimated 211,425 tons of plastic enter the Mediterranean annually. Approximately 250 billion plastic items are floating at its surface with concentrations of up to 64 million items/km2 and up to 1,000,000 items/km2 on the seafloor. Theses concentrations are higher than those observed in the five great oceanic gyres.
This pollution has a large environmental impact on the ecosystem as marine animals ingest or get entangled in plastic, or raft on plastic particles leading to the transport of alien (invasive) species to new ecosystems. The resulting socio-economic impact of plastic on tourism, fisheries and aquaculture is enormous.
The management of plastic litter requires an integrated approach, therefore several actions have been identified to tackle this , namely:
1) Define and assess the problem: a) build a denser marine sampling network with scientists/ citizens of the area; b) identify the local land-based sources of litter; c) build a Mediterranean marine litter data base.
2) Implement site specific strategies for removing/lowering the marine litter: a) take steps to removal of microplastics from surface, water column, seafloor and shore via pelagic and benthic trawlers; b) look into opportunities to regular removal of beached debris, plastics from rivers, watercourses and continental runoff waters, via fishermen and citizens; c) stimulate in situ biodegradation of marine litter components; d) development of treatments for valorizing the collected materials to produce energy, new products or chemical building blocks.
3) Prevent marine litter: a) selectively collect and recycle waste plastics by reducing use landfills; b) eliminate the land-based open and open-air dumps, c) remove (via filtration) plastics and tire fragments from highway and urban runoff, and wastewater treatment effluents; d) restrict use of mono-use products, non-essential plastic products and microgranules in products; e) gradually adopt biodegradable (bio)plastics, by starting from those used in marine habitats (for fishing gears, tubular net for marine aquaculture, additives for painting and maintenance of ships and leisure boats).
4) Develop and promote: a) effective and robust regulations/legislation, b) tailored incentives (for recovering plastics from the sea, for recycling plastics, etc), c) R&I actions to underpin what is outlined above , d) education and communication and outreach plans, e) robust partnerships between academia, industry, public institutions, regulatory bodies and the society, and f) long-term coordination of Mediterranean countries.
The BLUEMED initiative, joined by 16 Countries from the EU and non EU countries of the area, launched a Pilot action “For a Plastic-free, Healthy Mediterranean Sea” to tackle plastic pollution in the Mediterranean Sea, thereby contributing also to the implementation of the Updated Bioeconomy Strategy and the European Strategy for Plastics in a Circular Economy, addressed to share knowledge and promote partnerships amongst the Mediterranean sea on the mentioned priorities. It will increase capacity to monitor plastic litter, to understand how microplastic interfere with ecosystems and food chains, to collect plastics from sea, to develop new materials replacing plastics and to recycle plastics. Finally, it will raise awareness and involve schools and youth through ocean literacy and beach clean campaigns.

intervento ANTONIO BARTOLO
Intervento MARIELLA GATTUSO

Intervento MARIELLA GATTUSO
(DIRETTORE MAREVIVO SICILIA – RESP. NAZIONALE MAREVIVO
SCUOLA)
L’educazione informale dei giovani come strategia per affermare
la consapevolezza e la responsabilità nella cura dell’ambiente

abstract sgroi

Commercio internazionale e asimmetria informativa nel comparto della pesca
Filippo Sgroi

È ben noto che la globalizzazioneha aumentato gli scambi commerciali tra i Paesi. Anche nel settore della pesca questo processo ha determinato l’aumento dei flussi commerciali. La Teoria Economia sul Commercio Internazionale è molto ricca di riflessioni che mettono in luce l’importanza degli scambi commerciali. Sotto questo aspetto diversi Economisti (Adam Smith, David Ricardo, Heckscher, Olilin, ecc.) hanno messo in evidenza i benefici che i Paesi hanno attraverso gli scambi commerciali. Tuttavia, nell’attualità molti benialimentari vengono prodotti o importati seguendo obiettivi strategici in funzione alle nuove sfide che si presentano a livello comunitario e globale (costi di produzione, prezzi, preferenze dei consumatori, ecc.).Anche il comparto della pesca è interessato da questa situazione. In questo scenario, l’asimmetria informativadetermina delle distorsioni di mercato che hanno dei riflessi sulle scelte dei consumatori e sulle performance economiche delle imprese.

abstract mancini

Strategie per combattere la dispersione delle plastiche a mare in un’ottica di piena
economia circolare
Giuseppe Mancini
La dispersione delle plastiche a mare e la crescita delle emissioni clima-alteranti rappresentano
oggi senza alcun dubbio le due problematiche ambientali più dibattute a livello politico ed
ancor più a livello di opinione pubblica con una consapevolezza sempre crescente che sta
investendo soprattutto le classi più giovani della popolazione e quindi i futuri cittadini di
domani.
Le azioni per contrastare l’enorme dispersione delle plastiche in mare che finiscono grazie alla
turbolenza marina, per concentrarsi nell’occhio di immensi vortici oceanici, costituendo
superfici oggi paragonabili a interi territori nazionali se non addirittura a minicontinenti sono
numerose ma la loro efficacia è ancora non misurata e quindi discutibile.
L’unico elemento certo è che non si può pensare solo ad un’azione prevalente, come il
cambiamento della produzione, il contrasto alla dispersione, gli innumerevoli interventi di
pulizia a terra e in mare, ma occorre una programmazione integrata che affronti la
problematica dal punto di vista olistico e soprattutto sia coordinata per evitare il dispendio
improduttivo di risorse e la conseguente e pericolosa delusione.
L’intervento prevedrà la rassegna molto rapida delle possibili azioni di intervento e presenterà
una soluzione complessiva mirata ad aggredire le isole di plastica a mare attraverso mezzi di
raccolta a loro volta “recuperati funzionalmente” da natanti in fase di dismissione ed in
particolare da mezzi della Marina Militare della classe San Giorgio (classe “Santi”) come pure
dell’incrociatore portaeromobili STOVL “Giuseppe Garibaldi” e la loro trasformazione in sistemi
di riconversione energetica delle plastiche raccolte in loco, in combustibile fluido e/o gassoso,
in modo da potere sia alimentare i mezzi satelliti funzionali alla raccolta stessa che costituire
un possibile centro di rifornimento mobile per le flotte commerciali in transito in quelle aree.
Allo scopo si lancerà l’idea di predisporre un progetto Europeo che veda la possibile
partecipazione di aziende leader a livello mondiale nelle costruzioni navali, possibilmente
capitanate da Fincantieri.

Abstract Boschieri

BLUE SEA LAND 2019 – SOSTENIBILITÀ DELLE TECNOLOGIE INNOVATIVE E LINEE GUIDA VERDI DI
OGGI PER L’AMBIENTE BLU DI DOMANI
L’INNOVAZIONE NEL CAMPO DELLA GENERAZIONE DI ENERGIA A BORDO DELLE IMBARCAZIONI E
L’APPLICAZIONE AL PESCHERECCIO INNOVATIVO – Abstract
Ing. Furio Boschieri – FINCANTIERI
Le Normative Internazionali, per la prima volta nella storia, impongono la necessità di produrre
energia a bordo delle navi senza inquinare l’ambiente circostante. Le normative IMO
“International Convention on the Prevention of Pollution from Ships”- convenzione MARPOL
73/78, prevedono una riduzione delle emissioni e un aumento dell’eco-compatibilità delle navi,
allo scopo di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra (CO2 e CH4) nonché NOx, SOx e particolato.
Gli emendamenti adottati nell’ottobre 2008 al “Regolamento per la prevenzione
dell’inquinamento atmosferico causato da navi” hanno introdotto più stringenti requisiti di qualità
del carburante a partire da luglio 2010, normando la limitazione delle emissioni per i nuovi motori,
e introducendo requisiti di NOx per i motori esistenti pre-2000.
La nuova Marpol impone limiti di emissione più rigorosi alla libera navigazione in aree quali le
coste degli Stati Uniti e del mar Baltico, e si vogliono estendere le aree ECA (Emissions Controlled
Areas) al Mediterraneo, a tutte le coste del Nord America, alle coste dell’Australia ecc.
Per rispondere alle esigenze espresse da queste normative e dagli Armatori, sempre più spesso
rivolti verso la presenza a bordo di dispositivi a basso impatto ambientale e sensibili nei confronti
dell’ambiente e delle aree marine protette, i cantieri navali europei – in particolare i costruttori di
navi da crociera e megayacht – stanno sperimentando varie soluzioni: l’utilizzo di scrubber e SCR
per ridurre le emissioni dei motori attualmente in produzione, l’alimentazione dei motori a LNG,
l’utilizzo di batterie al litio.
La maturità tecnologica raggiunta dai sistemi di generazione a fuel cell, assieme all’eliminazione
delle emissioni inquinanti, l’assenza di parti meccaniche in movimento e la bassa rumorosità di
esercizio stanno spingendo i cantieri navali a indagare la possibilità d’impiego a bordo di sistemi di
generazione a fuel cell. Tali tecnologie, sviluppate per applicazioni stazionarie o “automotive” non
sono state ancora sviluppate e commercializzate per il settore delle navi da crociera o megayacht
né per la propulsione, né per la generazione elettrica e termica distribuita sulle varie zone della
nave. Le direttrici di sviluppo si differenziano a seconda dell’applicazione navale in termini di
dimensione delle navi e degli impianti ma convergono in termini di tecnologia adottata,
normative, problematiche.
Fincantieri in partenariato con Isotta Fraschini Motori e con la collaborazione di CNR, Università di
Palermo, Napoli e Genova, RINa, ENR, Cetena con il progetto “TECNOLOGIE A BASSO IMPATTO
AMBIENTALE PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA SU MEZZI NAVALI” vuole validare la tecnologia
delle fuel cells per le applicazioni navali attraverso la realizzazione di un prototipo di imbarcazione
marina propulso mediante fuel cells, mai realizzata ad oggi in Europa, studiare lo scale-up dei
moduli di celle a combustibile di tipo PEM, da 30 kW (esempio applicazioni su Megayacht) a 120
kW (applicazioni specifiche su navi da Crociera) che permetterà lo sviluppo del mercato a tutte le
taglie di potenza, analizzare l’applicazione delle fuel cells per la generazione di energia distribuita
per i servizi alberghieri a bordo di navi da crociera, – mai applicata ad oggi, che richiederà una
nuova architettura dei sistemi elettrici di distribuzione che minimizzi l’uso di cavi a lunga
percorrenza e garantisca ridondanza di alimentazione elettrica in caso di guasto o manutenzione di
una delle unità modulari a Fuel Cells – verificare la possibilità di utilizzare il calore prodotto nel
processo di conversione elettrochimica per alimentare i sistemi di condizionamento e la
produzione di acqua calda a bordo di navi da crociera e verificare la fattibilità di alimentare le celle
a combustibile mediante il trattamento (reforming) di combustibili già presenti a bordo.

Abstract BSL Aiello-Inguanta-Sortino

Blue Sea Land 2019
Titolo Convegno ENR: Sostenibilità delle tecnologie innovative e linee guida verdi
di oggi per l’ambiente blu di domani.
Relatori: Giuseppe Aiello, Rosalinda Inguanta, Alessia Sortino
Titolo intervento: Ottimizzazione della produzione e distribuzione dell’energia
elettrica a bordo delle grandi navi da crociera mediante uso di celle a combustibile
delocalizzate e batterie nano-strutturate al piombo.
L’inquinamento legato alle emissioni navali nelle aree portuali è un aspetto che negli ultimi anni è
stato molto studiato dalla comunità scientifica. I livelli di emissione di inquinanti in queste aree
sono infatti molto spesso o in prossimità o addirittura superiori ai livelli minimi imposti dalle
normative. Secondo la norma MARPOL ad esempio se si considerano le emissioni di SOx è prevista
una riduzione dal 3.5 % allo 0.5% del contenuto di zolfo nel combustibile. Le emissioni di NOx
dipendono invece dalla velocità nominale del motore (n=rpm) e risultano pari a 3.4 (g/kWh) e 2.0
(g/kWh) rispettivamente per n<130 e n>2000. Per cercare di limitare queste emissioni una valida
soluzione è quella di dotare i mezzi navali, oltre che dei generatori diesel, anche di sistemi
alternativi. Ad oggi una delle soluzioni più investigate riguarda l’uso delle fuel cell e degli
accumulatori. Le fuel cell sono infatti sistemi in grado di generare energia elettrica dalla semplice
reazione elettrochimica di combustione dell’idrogeno, mentre gli accumulatori sono dispositivi in
grado di convertire l’energia chimica in energia elettrica.
Esistono diverse tipologie sia di fuel cell che di accumulatori, per le applicazioni navali risultano
però particolarmente vantaggiose le fuel cell tipo PEM (fuel cell a membrana polimerica) e gli
accumulatori al piombo-acido. Entrambe le tipologie di dispositivi hanno un basso impatto
ambientale e di conseguenza estremamente interessanti se applicati alla trazione elettrica. Inoltre,
tra le diverse tipologie di accumulatori, quelle al piombo acido si caratterizzano per la loro
sicurezza e quasi completa riciclabilità. L’attività di ricerca è ad oggi focalizzata sull’ottimizzazione
di queste batterie in modo tale da renderle sempre più performanti e superare i loro limiti attuali. A
questo scopo sono in corso di sviluppo batterie con elettrodi nanostrutturati che garantiscono
elevate efficienze e tempi di ricarica molto veloci. Le nanostrutture, infatti, permettono la
fabbricazione di elettrodi con elevate aree superficiali specifiche che garantiscono quindi elevate
capacità. Per quanto riguarda le fuel cell, sono dispositivi caratterizzati da elevate efficienze di
conversione, perché non soggette ai limiti delle macchine termiche, ed inoltre estremamente poco
rumorose. I fumi in uscita da questi dispositivi sono completamente decarbonizzati, in quanto
l’unico prodotto è l’acqua.
Appare quindi chiaro che dotare i mezzi navali sia di fuel cell che di accumulatori, permetterà di
diminuire in maniera drastica l’inquinamento generato da questi mezzi.

INTERVENTO ARTUSO

 L’Inail rappresenta nel panorama degli enti pubblici italiani il Polo per la salute e la sicurezza. La mission multidimensionale si estrinseca in attività diverse e trasversali quali:

1) assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio;

2) garantire agli infortunati sul lavoro e ai tecnopatici le prestazioni sanitarie, protesiche ed economiche, le cure riabilitative e l’assistenza per il reinserimento nella vita di relazione;

3) sviluppare la cultura della prevenzione per ridurre il fenomeno infortunistico, da un lato, attraverso attività di informazione, formazione, assistenza, promozione della salute e sicurezza negli ambienti di lavoro, dall’altro, fornendo consulenza, in particolare alle piccole e medie imprese, in materia di prevenzione e finanziando quelle che investono in sicurezza;

4) contribuire allo sviluppo della ricerca in ambito tecnico-scientifico, della sperimentazione e del controllo di conformità.

Si tende altresì ad evolvere il modello di relazione con l’utenza con l’obiettivo di migliorare il livello di soddisfazione sui prodotti e sulle prestazioni erogate, favorendo in quest’ottica, l’interazione con l’utente a più livelli ed in modalità sempre più cross-canale, personalizzata e proattiva, includendo nei processi di erogazione dei servizi meccanismi di ascolto ed assistenza nonché di monitoraggio continuo del livello di soddisfazione e delle performance.

DIANA ARTUSO(INAIL)

Abstract blue sea land expo-19_L.Di Renzo plastica

Inquinamento da plastica: impatto su tartarughe e cetacei, il ruolo di queste specie quali indicatori della qualità del mare.
Ludovica Di Renzo1 e Nicola Ferri1.
1 Istituto Zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale”, Teramo.
L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale” (IZSAM) partecipa alla rete organizzata dal Centro di Referenza Nazionale per le Indagini Diagnostiche sui Mammiferi marini spiaggiati (C.Re.Di.Ma.), ed opera con il Centro Studi Cetacei, la Guardia Costiera, i Servizi Veterinari Locali ed i comuni di competenza alla rete bi-regionale Abruzzo e Molise per il recupero di cetacei e rettili marini spiaggiati. Grazie alla sinergia creatasi, nell’ultimo triennio è stato possibile monitorare costantemente i circa 164 km di costa intervenendo sul 100% dei casi di segnalamento di cetacei e di tartarughe .
Con lo scopo di diagnosticare la causa di morte e di monitorare indirettamente l’ambiente marino, valutato lo stato di alterazione cadaverica, sono state effettuate necroscopia su n° 52 cetacei (47-T.truncatus e 5-S. coeruleoalba) e n° 169 tartarughe (168-C.caretta e 1-C. mydas).
A seguito dell’identificazione della C.caretta quale specie sentinella indicatore nel Mediterraneo l’IZSAM è stato coinvolto nel progetto europeo INDICIT I-II (Implementation Of Indicators Of Marine Litter On Sea Turtles And Biota In Regional Sea Conventions And Marine Strategy Framework Directive Areas). In questo ambito, oltre le attività diagnostiche di routine, sono stati analizzati i contenuti gastro-intestinali (GI) delle tartarughe recuperate. In via sperimentale gli stessi protocolli sono stati applicati ai contenuti GI dei cetacei. È stato inoltre ottimizzato un protocollo di estrazione microplastiche ( ≥ 0,45 μm) i cui risultati sono stati preliminarmente valutati in relazione ai dati ottenuti dal protocollo INDICIT ed in riferimento alle lesioni GI riscontrate. È necessario non solo segnalare la presenza/assenza e la quantità di plastiche e microplastiche osservate nei contenuti GI degli animali marini, ma anche valutare l’impatto di queste, e più in generale dell’attività umana, su questi specie sentinella e sull’ambiente marino che ci circonda: One-Health One-Sea.

INTERVENTO ARGENTO

Blu Sea Land Expo 2019 Abstract
Prevenzione dei rischi nelle lavorazioni in spazi chiusi
delle imbarcazioni
G. Argento1, D. Di Fonzo1
1 INAIL Settore Ricerca Certificazione e Verifica, UOT Palermo, via dei Cantieri 120, d.difonzo@inail.it
1 INAIL Settore Ricerca Certificazione e Verifica, UOT Palermo, via dei Cantieri 120, gi.argento@inail.it
Rif.: G. ARGENTo, INAIL Settore RCV UOT di Palermo, via dei Cantieri 120, cell.: 3472425129, gi.argento@inail.it
Presentazione memoria: Giuseppe Argento.
L’ambito portuale è un ambito lavorativo particolarmente complesso, soprattutto per quel che riguarda la sicurezza dei lavoratori, in quanto si verifica sovente, oltre alla contemporanea presenza di varie ditte nello stesso ambiente o in ambienti tra loro interconnessi, che molte delle operazioni svolte dagli operatori portuali avvengano in ambienti chiusi e angusti all’ interno delle navi.
La sottovalutazione di questi rischi è stata spesso causa di infortuni, con conseguenze di eventi luttuosi.
Benché la normativa attualmente vigente sembra dare indicazioni sulla pericolosità di detti ambienti e sugli adempimenti da rispettare ciò non ha impedito il ripetersi di ulteriori incidenti in ambito portuale e ciò è dovuto anche alla presenza di diversi enti coinvolti nel controllo per i quali nulla viene fatto per creare un fattivo coordinamento tra di loro.

intervento CELLURA

Convegno “IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E LA NECESSITA’ DI UNA BIOECONOMIA
PIÙ RESILIENTE E SOSTENIBILE”
Titolo intervento: Sustainable Development Goals, circolarità e decarbonizzazione: sfide e prospettive.
Prof. Maurizio Cellura
Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Ingegneria
Referente Nazionale IWG5 Set Plan UE
Abstract
Nel settembre 2015, i leader mondiali delle Nazioni Unite hanno adottato all’unanimità “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile”, uno degli accordi globali più ambiziosi e importanti della storia recente. L’Agenda, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2016, ambisce a guidare le nazioni verso un futuro migliore per tutti entro il 2030. Al centro dell’agenda vi sono i 17 Sustainable Development Goals (SDGs), una serie di priorità e aspirazioni per guidare le nazioni ad affrontare le sfide globali, tra cui porre fine alla povertà e alla fame; proteggere il pianeta dal degrado e affrontare le problematiche relative al cambiamento climatico; assicurare che tutte le persone possano godere di una vita prospera, salutare e appagante; promuovere lo sviluppo di società pacifiche, giuste e inclusive, libere dalla paura e dalla violenza. I SDGs coprono una vasta gamma di complesse sfide sociali, economiche e ambientali; le risposte a tali sfide richiederanno trasformazioni nel modo in cui le società e le economie operano e la maniera in cui ciascuno di noi interagisce con il nostro pianeta. Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile il SDG 13 si propone di adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici, connessi alle emissioni di gas climalteranti, e le sue conseguenze. In tale contesto, risulta prioritario attuare degli interventi di decarbonizzazione e circolarità dell’economia, prevalentemente nei settori economici caratterizzati da elevati consumi energetici e impatti ambientali. In riferimento alle tematiche anzidette, il settore agro-alimentare ha un ruolo importante, poiché rappresenta uno dei settori economici più significativi a livello europeo in termini di impatti ambientali e di consumo di risorse. Esso è responsabile di circa il 20% del consumo totale di combustibili fossili nell’Unione Europea e di circa il 20-30% degli impatti ambientali, con un’incidenza sull’eutrofizzazione superiore al 50%. La sostenibilità ambientale della filiera agro-alimentare è pertanto di primaria importanza per il raggiungimento degli obiettivi europei in tema di cambiamenti climatici. In questo contesto, l’intervento descrive anche alcune esperienze finalizzate alla valorizzazione sostenibile dei prodotti italiani nel settore agro-alimentare realizzati in aree di particolare interesse
ambientale, coniugando la necessità di preservare l’eccellenza agro-alimentare all’opportunità di migliorare l’impronta ambientale di prodotti e processi.

ABSTRACT FAVA

19 ottobre
Bioeconomy for a more sustainable and competitive Country
Fabio Fava
Alma Mater Studiorum-University of Bologna. DICAM, Via Terracini 28. Bologna. Italy. Email: fabio.fava@unibo.it
Bioeconomy is one of the core and enabling pillar of Italian economy. With EUR 330 billion of annual turnover and 2 Million of employees, it is the third Bioeconomy in Europe; the country is often second in terms of presence in the R&I projects funded by Horizon 2020 Societal Challenges 2 and BBI JU and the first one in terms of quality products in the food and bio-based product domains.
Bioeconomy is also contributing to the reduction of the biodiversity loss and land use change; further, it is contributing to the environmental regeneration and the creation of new economic growth and jobs in the rural, coastal and former industrial areas, leveraging on local specificities and traditions.
To further exploit the whole Bioeconomy potential of the Country, the Italian Government promoted the set up of a national Bioeconomy Strategy in 2017 (BIT) and then, more recently, its update (BIT II), to more efficiently interconnect the main pillars composing the national Bioeconomy (eg., production of renewable biological resources and the conversion of these and biowaste streams into value added products such as food, feed, bio-based products and bio-energy) but also the Ministries, the Ministries and the 21 national Regions, for policies and regulations, R&I funding programmes, infrastructures, etc. BIT II aims at achieving an increase of 15% in the current turnover and jobs of the Italian Bioeconomy by 2030. BIT II also includes actions addressed to promote Bioeconomy in the Mediterranean area, for a greener and more productive region, wider social cohesion and greater political stability in the area. The BIT II R&I agenda and priority actions are then accompanied by measures creating and guaranteeing the framework conditions required for the strategy effective implementation in the whole Country.

INTERVENTO VIRGA

One Health e medicina veterinaria a presidio della catena alimentare
Quello di una sola salute (One Health) dell’uomo, degli animali e dell’ecosistema è un concetto ormai universalmente diffuso, consolidato e riconosciuto e sotto tale approccio vengono considerate le principali sfide che oggi incombono sul pianeta e che sempre più minacceranno la sopravvivenza dello stesso.
I cambiamenti climatici, l’anti microbico resistenza e la presenza delle plastiche, soprattutto micro e meso, nella catena alimentare rappresentano non solo le principali sfide dei prossimi anni per l’umanità, ma il terreno di confronto tra diversi settori e competenze in una prospettiva One Health dove la medicina veterinaria, tradizionalmente impegnata nella tutela della salute degli animali -domestici e non, marini e terrestri- e nella tutela della salute e della integrità dei consumatori attraverso il controllo sugli alimenti destinati al consumo umano, si integra con gli altri settori e le altre discipline.
Quello che qui viene discusso è l’approccio rispetto alle tre sfide anzidette in una prospettiva multidisciplinare di controllo e mitigazione degli effetti sulla salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente, ma soprattutto in una prospettiva di prevenzione delle cause che alimentano i fenomeni in parola.
L’anti microbico resistenza è già oggi un drammatico problema a livello globale con centinaia di migliaia di persone morte ogni anno (si stima circa 700.000) a causa di infezioni sostenute da microorganismi patogeni resistenti agli antibiotici. Ma le previsioni elaborate dalle più importanti organizzazioni internazionali (OMS, FAO e financo la Banca Mondiale) ci consegnano un dato di imponderabile gravità e allarme che considera, nel 2050, la mortalità dovuta ad infezioni sostenute da microorganismi resistenti agli antibiotici come la principale causa di morte con circa 10 milioni di decessi l’anno.
La riduzione dell’impiego degli antimicrobici negli allevamenti e in acquacoltura, l’uso corretto degli stessi secondo i piani di contrasto globali, comunitari e nazionali e la promozione e l’applicazione delle buone norme e pratiche di biosicurezza rappresentano per l’allevamento e la medicina veterinaria un campo di azione nella prospettiva One Health. Nella considerazione, anche, dell’attuale massiccio impiego in acquacoltura di antibiotici considerati di importanza critica in medicina umana.
Quello delle meso e delle microplastiche nell’ambiente è un problema di straordinaria importanza per la sopravvivenza degli ecosistemi fluviali, lacustri e marini, senza escludere il coinvolgimento delle filiere alimentari, e di quella ittica in particolare, dove la contaminazione, anche macroscopica, del pescato è riscontrabile ormai diffusamente.
I cambiamenti climatici, ancora, non risparmiano neppure la vita delle popolazioni acquatiche causando drammatici e ormai ben documentati impatti sulla pesca, sull’acquacoltura e sulla sicurezza e l’igiene alimentare. La FAO considera come effetto dei cambiamenti climatici l’instabilità dell’offerta produttiva in conseguenza della alterazione della stagionalità e la induzione del cambiamento delle abitudini alimentari delle popolazioni, senza considerare -poi- il crescente impatto di talune patologie marine virali, batteriche e parassitarie in conseguenza del progressivo riscaldamento del pianeta con conseguenti effetti sulle rese quali-quantitative oltre che sulla sull’igiene e la sicurezza alimentare per i consumatori.

INTERVENTO CATANZARO

INTERVENTO ON. MICHELE CATANZARO BLUE SEA LAND 2019
La pesca è una attività primaria che accompagna e sostiene l’uomo dagli albori della civiltà, prima ancora dello sviluppo dell’agricoltura. Il profilo delle barche, il sapere legato ai venti, alle stelle, all’orientamento, i mestieri di pesca, le tradizioni gastronomiche hanno rappresentato durante i secoli un carattere distintivo della cultura e della storia del Bacino. L’economia ittica vi continua a giocare un importante ruolo socioeconomico: nel Mediterraneo, si pesca l’1,7% delle catture mondiali, pari, però, al 4% del valore, per il maggior pregio delle specie pescate. Le catture complessive, incluse quelle del Mar Nero, ammontano a circa un milione e cinquecentomila tonnellate, di cui un terzo, circa 500 mila comunitarie. Le cifre dell’Unione Europea allargata a 25, dopo l’ingresso di Malta e Cipro, indicano, di massima, un “esercito” di oltre 110 mila pescatori e 40 mila pescherecci, spesso obsoleti, di cui l’80% inferiore ai 12 metri. Quattro sono i principali sistemi di pesca: la piccola pesca artigianale, che rappresenta la stragrande maggioranza del naviglio mediterraneo in mare e negli 850 mila ettari di lagune costiere; la pesca con la sciabica per la cattura del pesce azzurro (dal 40 al 70% delle catture in volume); la pesca a strascico e la pesca d’altura.L’Italia, per valore delle catture, è il primo paese “ittico” nel Mediterraneo: gli sbarchi nazionali ammontano a circa 260 mila tonnellate, per un valore della produzione di oltre 992 milioni di euro.
Per ciò che concerne il contesto Europeo, va detto che la pesca mediterranea presenta caratteristiche irriducibili con quelle della tradizione e dell’attività di pesca del Nord Europa: l’una è artigianale, multi-specifica, cioè rivolta alla cattura di un numero elevato di specie, e per questo maggiormente selettiva; l’altra, quella del Nord, è industriale e mono-specifica, concentrata cioè sul prelievo massivo di singole specie. Proprio il carattere artigianale della struttura produttiva, oltre che una migliore situazione dell’ambiente marino, hanno consentito di evitare drammatiche situazioni di depauperamento, come nel caso del merluzzo nel Mare del Nord.
Circa l’80% della pesca mediterranea è pesca artigianale esercitata con imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 12 metri. Una percentuale che sale al 90-95% nei Paesi Extra UE, fortemente e giustamente regolamentata; dall’altra la pesca dei paesi nordafricani e della sponda orientale, in crescita, ma che tende a ripetere gli errori fatti dai Paesi già sviluppati, di una pesca non sempre razionale. All’attività dei Paesi rivieraschi, prettamente di carattere artigianale, si aggiunge e quasi si contrappone una flotta che svolge attività industriale, battente bandiera giapponese, coreana, più spesso bandiera di comodo, come quella di Panama o dell’Honduras, che continua a pescare oltre i limiti delle acque territoriali in assenza di qualsiasi controllo.
Le azioni scoordinate e prive di una visione di insieme e di cooperazione della commissione europea hanno accentuato la frattura tra le due sponde settentrionale e meridionale del Bacino. Questa infatti continua a privilegiare un approccio tecnicista, secondo cui si crede di poter ridurre il complesso obiettivo di governo della pesca del Bacino ad una semplicistica serie di misure tecniche, via via più drastiche, limitate alle sole flotte comunitarie: una visione che esclude il dialogo e preclude un approccio globale ai problemi del Mediterraneo. Emblema della politica dei “due pesi e due misure” è stata la stortura del bando totale delle reti derivanti spadare, vietate per le flotte europee, mentre i pescherecci extracomunitari continuano la loro attività, con evidenti squilibri sui mercati e sul lavoro. Solo nel Mezzogiorno, circa 8 mila posti di lavoro sono andati drammaticamente perduti nel quinquennio 1996-2001, in realtà costiere dove mancano reali alternative occupazionali.
L’area mediterranea, in primis, rappresenta una grande opportunità non solo di tipo economico e commerciale, ma anche per una gestione unitaria e sostenibile delle risorse, della politica ambientale e della ricerca. Solo un complesso normativo omogeneo può creare le condizioni di una maggiore tutela e di una più efficace gestione delle risorse, nonché di una leale e trasparente concorrenza tra tutti gli operatori della pesca mediterranea. Occorre un maggiore coinvolgimento dei ceti professionali e un cospicuo investimento di risorse per mettere in atto insieme misure di tipo biologico e socioeconomico, la vera priorità rimane quella di un approccio eco-sistemico ai problemi delle zone costiere e della pesca, in grado di considerare l’impatto complessivo delle alterazioni ambientali, dell’inquinamento, e non solamente, come spesso accade, delle attività di cattura.
Occorre, in prospettiva, ridurre i margini di discrezionalità e autonomia dei diversi Paesi e riconoscere pari dignità a tutti, ponendo l’accento sugli squilibri attualmente esistenti tra nord e sud, così come tra stati membri e paesi terzi. Occorre una politica incisiva volta al rilancio della pesca artigianale, debole nei tavoli negoziali, ma fondamentale per la memoria dei costumi e delle tradizioni, per il contributo all’alimentazione e alla gestione sostenibile delle risorse costiere. La razionalizzazione dell’esercizio della pesca deve essere un obiettivo condiviso da tutti i Paesi del Mediterraneo. Il processo produttivo deve essere gestito e governato in forma razionale e prevedibile, ovvero ulteriormente controllata, tenendo conto della capacità riproduttiva degli stock, rafforzando la lotta contro la pesca illegale e nel contempo migliorando, grazie ad una ricerca scientifica indipendente, la base dei dati per il supporto decisionale.

abstract catalano
Abstract Antonucci
1-Abstract BSL Manuela Mauro

Blue Sea Land 2019
Titolo Convegno ENR: Sostenibilità delle tecnologie innovative e
linee
guida
verdi
di oggi per l’ambiente
blu
di
domani
Relatore: Manuela Mauro
Titolo intervento: Studio del Deep Sea Mining e sviluppo di una normativa
sulle attività antropiche in mare
Le risorse reperibili dalle miniere terrestri si stanno esaurendo e in vista della rapida crescita della
popolazione mondiale e quindi della domanda di minerali e metalli necessari per la produzione delle
tecnologie moderne è stato necessario rinvenire nuovi potenziali depositi di estrazione. Tre tipi di depositi
minerari sono stati rinvenuti nelle profondità degli oceani e dei mari di tutto il mondo e nell’immediato
futuro inizierà l’estrazione delle risorse in essi contenuti. Il Deep Sea Mining (DSM) nei prossimi anni
diventerà realtà. Lo sfruttamento di questi siti è gestito dall’International Seabed Authority (ISA) che
auspica nella scrittura di un mining code prima dell’inizio delle attività e che gestisce i contratti di
esplorazione dei siti con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti sulla biodiversità garantendo al tempo
stesso un’equa distribuzione dei benefici tra le popolazioni mondiali. I regolamenti e le leggi ad oggi
esistenti relativamente al DSM affrontano gli aspetti economici e politici dell’attività occupandosi solo
marginalmente del problema dell’impatto ambientale. Scienziati di tutto il mondo hanno analizzato i
possibili impatti di queste attività classificandoli in: frammentazione e perdita degli habitat, perdita di
biodiversità, cambiamenti nella struttura delle comunità profonde, produzione di materiali di scarto e di
plume ricchi di elementi tossici, impatti dovuti alla luminosità artificiale e alla produzione di sedimenti,
variazioni della temperatura dell’acqua e impatto acustico. Per i differenti tipi di impatti nel corso degli
anni sono stati portati avanti progetti di ricerca che hanno permesso, seppure in maniera limitata, di
comprenderne l’entità e la gravità. L’impatto meno studiato e conosciuto è l’impatto acustico a causa del
fatto che le frequenze e le intensità acustiche emesse dalle tecnologie che saranno utilizzate non sono
ancora rese note. Il rumore prodotto dalle attività antropiche in mare costituisce ad oggi un vero
inquinante per il quale sono stati dimostrati impatti negativi sulle specie marine a livello fisico,
fisiologico e comportamentale. Una serie di regolamenti, che tentano di gestire e monitorare gli impatti
ambientali sulla biodiversità, sono stati emanati dall’ISA ma le informazioni sono incomplete e la
questione dell’impatto acustico è trascurata. Prima che le attività abbiano inizio è necessaria la scrittura di
una norma tecnica che contribuisca a controllare il rumore emesso e a ridurre i danni sugli ecosistemi
marini. L’Ente Nazionale di Ricerca e promozione per la standardizzazione (ENR) in collaborazione con
l’Università degli Studi di Palermo, con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Capo Granitola,
con l’Università Politecnica di Valencia e con l’HR Wallingford di Oxford ha portato avanti un progetto
di Dottorato Innovativo a Caratterizzazione Industriale (PON 2014-2020) che ha permesso la scrittura
della prima norma tecnica sull’impatto acustico delle attività marino-marittime inerenti al Deep Sea
Mining indicandone i possibili criteri minimi di accettabilità. La norma in questione potrà essere
modificata, migliorata e aggiornata quando le informazioni disponibili saranno maggiori, ma fino a quel
momento permetterà di gestire le attività di estrazione di minerali dalle profondità oceaniche tutelando
per quanto possibile la vita degli ecosistemi profondi garantendo un equilibrio tra lo sfruttamento delle
risorse e la protezione della biodiversità.

INTERVENTO NASTASI

 

Prevenzione dei rischi a bordo dei piccoli pescherecci

Vincenzo Nastasi

I piccoli pescherecci rappresentano oltre l’80 % della flotta peschereccia europea.

Il numero di incidenti mortali, lesioni e navi perse ogni anno resta «inaccettabilmente» elevato rispetto ad altri settori lavorativi.

A livello UE si è evidenziato che l’attuazione pratica delle direttive in materia di salute e sicurezza sul lavoro 93/103/CE (navi da pesca) e 92/29/CEE (assistenza medica a bordo delle navi), non hanno influito in modo significativo sugli equipaggi dei piccoli pescherecci, suggerendo la stesura di una guida non vincolante per le navi inferiori a 15 metri di lunghezza.

In questo intervento, in modo sintetico si vogliono evidenziare i principali aspetti della “Guida europea per la prevenzione dei rischi a bordo dei piccoli pescherecci” che è stata emanata da qualche anno dalla Commissione Europea, che ad oggi risulta poco conosciuta e di conseguenza poco applicata dagli operatori del settore.

La pesca è un’attività antica, spesso tramandata da una generazione all’altra. La maggior parte dei pescatori che manovrano tali navi, spesso sono lavoratori autonomi, e pertanto tolleranti al rischio per natura.

In relazione a ciò seguendo ed applicando le buone prassi a livello UE,si potrebbero contribuire a prevenire incidenti in un ambiente così singolare e ostile come il mare. Per ottenere ciò occorre partire da una adeguata valutazione dei rischi (che risulta essere la prima misura generale di tutela dei lavoratori), al fine di pensare ai potenziali pericoli e decidere cosa sia ragionevolmente possibile fare per prevenire o proteggersi dai rischi stessi.

INTERVENTO DI FONZO

Blu Sea Land Expo 2019 Abstract
UTILIZZO IN SICUREZZA NEL SETTORE MARITTIMO
DEGLI AUTORESPIRATORI E DELLE
BOMBOLE PER USO SUBACQUEO
D. Di Fonzo1, G. Argento1
1 INAIL Settore Ricerca Certificazione e Verifica, UOT Palermo, via dei Cantieri 120, d.difonzo@inail.it
1 INAIL Settore Ricerca Certificazione e Verifica, UOT Palermo, via dei Cantieri 120, gi.argento@inail.it
Rif.: D. Di Fonzo, INAIL Settore RCV UOT di Palermo, via dei Cantieri 120, cell.: 3381601875, d.difonzo@inail.it
Presentazione memoria: Domenico Di Fonzo.
La memoria intende analizzare il quadro normativo che regola la costruzione e l’esercizio delle bombole ad uso subacqueo, degli apparecchi autorespiratori costruiti sia in materiale tradizionale metallico sia in materiale innovativo fibro-composito. Sono illustrate le principali fasi ispettive relative alle riqualificazioni periodiche delle bombole per apparecchi respiratori ad uso subacqueo e non, nonché alcuni tipici danneggiamenti riparabili delle bombole in carboresina CFRP (Carbon Fiber Reinforced Polymer) fabbricate mediante tecnologia di avvolgimento FW (Filament Winding) e certificate ai sensi della direttiva PED (2014/68/UE). Si fa inoltre riferimento alle principali raccomandazioni di ispezione, ai fini della rilevazione di eventuali danneggiamenti sugli elementi filettati in considerazione delle sollecitazioni agenti in esercizio sulla giunzione filettata flangia-valvola che possono determinare una diminuzione o annullamento della presa delle spire attive con conseguente deformazione del profilo dei filetti. Al fine di verificare l’integrità strutturale delle bombole in materiale composito durante l’esercizio (service life), sono infine illustrate le principali tecniche NDT applicabili, sia per il rilevamento dei difetti di superficie sia per il rilevamento dei difetti interni.
Parole chiavi: Carbon Fiber Reinforced Polymer (CFRP), Filament Winding (FW), Materiale composito.

ABSTRACT CONFUORTI

Signore e Signori,
E’ un onore e un piacere per me partecipare alla Conferenza di oggi organizzata dall’Osservatorio della pesca del Mediterraneo qui a Mazara del Vallo. Vorrei parlarvi di un tema centrale per la nostra economia, soprattutto quando si parla di acqua e di mare, e di economia “blu”, o anche la Blue Economy: la sostenibilità. Sostenibilità non solo come necessità per sopravvivere e vivere meglio, ma come opportunità di crescita e di business per le aziende produttive sui mercati nazionali e internazionali, e come comunità.
Sostenibilità, crescita sostenibile, sviluppo sostenibile. Questi temi sono diventati ormai un mantra globale, sostenuti dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Unione Europea, l’Italia e da tutti i grandi paesi del mondo, come posso testimoniare di persona, avendo partecipato di recente alle riunioni del G7 e del Global Compact delle Nazioni Unite dedicate a questi temi. La comunità globale, dalle autorità governative alle istituzioni internazionali, dalle aziende ai mercati finanziari, ha realizzato che la qualità della crescita economica è indissolubilmente legata alla qualità dell’ambiente e della società che la circonda. Crescere sostenibili significa crescere meglio, in modo più efficiente e produttivo, e sempre di più significa rispondere in modo proattivo ai bisogni delle famiglie e dei consumatori, sempre più interessati ai prodotti e alle aziende sostenibili, che tengono in considerazione l’impatto della loro attività sul mondo che le circonda. Le aziende, i governi, le autorità di Vigilanza, e le istituzioni sovranazionali sempre di più richiedono che vengano rispettati standard di sostenibilità. Crescere in modo sostenibile vuol dire crescere in modo migliore, guardando al medio e lungo periodo, preoccupandosi delle generazioni future, e della salute del nostro pianeta. Tradotto: migliori profitti e una società più salubre e attenta.
Il comportamento sostenibile equivale a cogliere nuove opportunità. Vi sono nuovi mercati, nazionali e internazionali, in cui più del 70% dei consumatori, come risulta dalle indagini Nielssen, sono disposti a pagare prezzi più elevati per i prodotti di aziende che producono e si comportano in maniera sostenibile. Come abbiamo dimostrato con studi per anni ad Advantage, le aziende sostenibili, che siano aziende medie e piccole del Made in Italy, grandi aziende quotate, o aziende di tutte quelle economie e società che si avvicinano al comportamento sostenibile, sono aziende più mature, profittevoli e produttive, e il loro comportamento si associa ad una ridotta probabilità di fallire e a minor costo del credito e dell’indebitamento sul mercato e un maggior coinvolgimento dei propri dipendenti e stakeholder (= profitto). Gli investitori istituzionali vanno sempre più in cerca di investimenti che tengono conto della sostenibilità, sia per le aziende quotate che per le medie e piccole aziende in cui investire (da acquisire). Vi sono importanti indici di mercato che hanno una performance e risultati migliori grazie alla selezione di aziende sostenibili, che rispettano l’ambiente, la società e la buona governance (o ESG – Environment, Social and Governance). La sostenibilità di prodotti e processi produttivi delle aziende, come abbiamo misurato per il Made in Italy assieme ai merceologi dell’Università di Bari, è parte integrante delle normative e standard nazionali, Europei e internazionali, seppur sempre in evoluzione, come succede in tutte le rivoluzioni.
La Fondazione Advantage che presiedo, da anni studia questi fenomeni, e oggi interviene creando una community sostenibile digitale e una piattaforma B2B e B2C di aziende e consumatori sostenibili, Advantage.Green. Le aziende partecipanti verranno accompagnate in un percorso di sostenibilità e avranno occasione di interagire con altre aziende sostenibili e di avere accesso a un bacino di consumatori, nazionali ed internazionali, che pagano un premio per la sostenibilità. L’appartenenza alla community e alla piattaforma B2B e B2C permetterà alle aziende di introdurvi alcuni dei propri prodotti e di moltiplicare le opportunità di business, nel contempo migliorando il proprio profilo di sostenibilità fino a raggiungere degli standard di best practice internazionale, traducendosi in valore aggiunto per il Made in Italy e in profittabilità e visibilità.
Concludo questa mia breve prolusione con la presentazione di Advantage.green, che potete vedere qui sullo schermo, e con la proiezione di un video che ne sintetizza bene le principali caratteristiche.
Grazie
Francesco Confuorti, Presidente, Fondazione Advantage, Console Onorario del Kenya
https://www.dropbox.com/sh/qqyw5g7myx6oevy/AADdZgAyvRjWP7hq9uz5iVjsa?dl=0

ABSTRACT ROMEO plastica

Teresa Romeo
Le plastiche in ambiente marino e il loro impatto in specie ittiche di interesse commerciale
Il Mediterraneo rappresenta uno dei mari con il più elevati tassi di inquinamento da rifiuti marini ed in particolare da plastiche. Il problema delle plastiche assume maggiore rilevanza in quanto potenziale vettore di contaminazione nella catena alimentare. I processi di degradazione della plastica in ambiente marino possono contribuire ad incrementare la formazione di microplastiche in mare (ovvero frammenti con dimensioni < 5 mm) ove le stesse sono già presenti in quantità elevata provenienti da processi di immissione diretta (cosmetici, vettori di farmaci, ecc.,). Le specie ittiche sono fortemente sensibili all’impatto di microplastiche che vengono ingerite accidentalmente o volontariamente accumulandosi negli stomaci e rappresentando un potenziale vettore di trasferimento di contaminanti. Negli ultimi anni, in funzione dell’incremento degli studi su tale problema sono incrementate anche le conoscenze sull’entità del fenomeno su numerose specie ittiche anche di interesse commerciale, ma non ci sono ad oggi dirette evidenze scientifiche sul diretto trasferimento. Pertanto il problema va attenzionato e continui studi e analisi diventano indispensabili per una corretta gestione del problema delle plastiche ma anche per valutare potenziali rischi per i consumatori finali cercando di evitare allarmismi che spesso vengono divulgati con estrema facilità.

INTERVENTO BARBIN plastica

“HO PESCATO BOTTIGLIE DI PLASTICA”
Analisi e considerazioni sullo stato di salute dei
mari: criticità e soluzioni a sostegno del settore
ittico e mari plastic free.
Dr. Massimo Barbin – Presidente del Distretto
Ittico di Rovigo e Chioggia

INTERVENTO NINO SALERNO

NINO SALERNO (SICINDUSTRIA)

1)Quale scenario rappresenta l’area del mediterraneo punto di incontro di due mondi sempre più vicini

2)Quale indirizzo di crescita possiamo suggerire agli attori di questo territorio

3)Opportunità di crescita e di lavoro specialmente per i giovani che vivono in questo territorio

4) Il mondo ha bisogno di crescere in maniera più omogenea rispetto il passato

5)Il trasferimento tecnologico genera opportunità di sviluppo

6) Il mediterraneo può essere oggi il terreno di prova per un nuovo modello disviluppo economico e civile per l’umanità

7)La comunicazione può rappresentare un volano di interscambio

8) Anche le università debbono contribuire a un progetto di crescita condiviso

9) L’importante ruolo della comunità europea in questo contesto

10) Auspico un nuovo progetto politico della Regione Sicilia orientato a una reale cooperazione e interscambio a 360°

Intevento microplastiche Antonio Pucillo

Se in questo momento ci fermassimo a riflettere su quanto la plastica è presente nella nostra vita, ci renderemmo conto che questa fa parte del nostro quotidiano. La troviamo come contenitore per alimenti, nei rivestimenti per auto, mezzi pubblici, arredi per casa e uffici, cancelleria, scarpe, posate, piatti e bicchieri, detergenti per il viso, dentifrici, gel doccia e bagno, ombretti, deodoranti, fondotinta, mascara, creme da barba, prodotti per l’infanzia, lozioni per il bagnoschiuma, coloranti per capelli, smalti per unghie, repellenti per insetti e creme solari, abbigliamento sintetico, abrasivi per la pulizia ma anche nel sale da cucina, nel miele e nella birra insomma la plastica ci accompagna in ogni attività quotidiana. Un successo industriale invidiabile che nasce dalla particolarità di questo prodotto, capace di rispondere in maniera appropriata ai molteplici usi a cui è stato destinato. La leggerezza, la resistenza, il costo contenuto e la malleabilità nei processi produttivi, hanno fatto si che diventasse un prodotto di largo consumo, a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Se si analizza il dato produttivo partendo appunto dagli inizi degli anni cinquanta per arrivare al 2000, si può capire quanto sia cresciuta la richiesta di prodotti derivati dalla plastica. Si è passati da un milione e mezzo di tonnellate, per superare i 280 milioni di tonnellate agli inizi del 2000. Ovviamente un incremento produttivo di tale entità, in un tempo cosi contenuto, ha prodotto una notevole mole di rifiuti che sono stati avviati al recupero e smaltimento ma una parte, non ben definita, si è dispersa nell’ambiente terrestre, sulle nostre spiagge, negli oceani e nelle profondità marine. Si stima che sulla superficie del mare, galleggino circa 5,25 trilioni di pezzi di plastica per 268,940 tonnellate di peso ma manca un dato importante; non sappiamo quanta se ne trovi nelle colonne d’acqua, sul fondo del mare, o all’interno degli organismi marini .Un dato da definire con esattezza anche nei nostri mari. Si calcola che nel Mar Mediterraneo ci siano tra 1000 e le 3000 tonnellate di accumulo di plastica galleggiante. Da una stima visiva del 2013 sulla superficie del Mediterraneo, galleggiavano all’incirca 62 milioni di macroplastiche, con una densità media, di 24.9 oggetti artificiali/km2 contro, 6.9 oggetti sempre per /km2 di origine naturale. Stime che purtroppo, non riescono a definire quanta plastica ci sia nei nostri mari perché queste si muovono, trascinate dalle correnti e dal moto ondoso. Per questa ragione, i detriti sono diffusi in tutto il bacino e nonostante la sua variabilità nell’abbondanza e nella distribuzione, i rifiuti marini sono sostanzialmente onnipresenti e fino ad oggi nessuno studio, ha riportato una zona completamente priva di rifiuti nel Mar Mediterraneo, sia di quelli depositati sul fondale che galleggianti. Per questo risulta difficile pensare di misurare
tutta la plastica che si trova in mare. Però in linea di massima, possiamo determinare le aree dove queste tendono ad accumularsi. Le baie e i golfi, sono luoghi dove la plastica tende a rimanere intrappolata per via del moto ondoso e dove la presenza umana, ne determina la maggiore o minore quantità. In altri casi, è stato riscontrato che la presenza di canyon sottomarini o di affioramenti marini di rocce, fungono da barriera naturale durante il trasporto in superficie, creando delle aree di accumulo sul fondale. Ma come finisce la plastica in mare? Ovviamente le fonti di inquinamento sono diverse. il Mar Mediterraneo rimane una delle vie marittime più trafficate al mondo, sia dalle navi mercantili che da crociera e pesca. Le coste sono intensamente abitate e questo facilita la dispersione dei rifiuti in mare ma è anche, il punto di arrivo di importanti fiumi che sono vettori di inquinamento dall’entroterra. Quindi, il problema dell’accumulo della plastica è difficilmente quantificabile in quanto, questa tendenzialmente si sposta e durante questi periodi migratori, è sottoposta ad un continuo effetto corrosivo. Il manufatto in plastica, indistruttibile per quanto riguarda la sua composizione chimica, si destruttura attraverso l’usura meccanica vento, correnti marine, moto ondoso, e si “rompe” in frammenti più piccoli. Le plastiche vengono degradate anche dagli effetti della radiazione ultraviolette, un fenomeno che in mare si verifica già nei primi strati superficiali d’acqua e non in profondità perché in questa fase, anche la temperatura riveste un ruolo importante. Questo processo trasforma le macroplastiche in micro e nano plastiche. Le microplastiche sono minuscole particelle di plastica, oramai onnipresenti e caratterizzate da dimensioni inferiori a cinque millimetri, che si dividono in due gruppi principali: microplastiche primarie e secondarie. Le prime provengono da particolari applicazioni industriali e/o domestiche e si trovano nei prodotti che abbiamo elencato all’inizio. Le seconde, sono il prodotto della rottura delle macroplastiche dovuta agli effetti climatici e marini. L’abbondanza di queste particelle nell’ambiente marino, aumenta con l’avanzare dei processi di corrosione diventando sempre più piccole, definite nano plastiche aumentando cosi, la capacità di penetrare nell’ecosistema marino, mescolandosi con gli elementi stessi, fauna in primis. Una volta che entrambe vengono intercettate dalle correnti, si mescolano con il plancton diventando cibo molto facile da ingerire da parte degli organismi marini, fino ad arrivare al piccolo pelagico e oltre. Ricerche sulla contaminazione da microplastiche, hanno permesso di stabilire che queste, laddove una contaminazione effettivamente si presenta, si accumulano nel tratto digestivo degli organismi marini. Il fatto che questa parte venga
normalmente scartata prima del consumo, fa ritenere che il rischio per l’essere umano sia limitato. Comunque, per quanto noto, solo le microplastiche inferiori a 150 micron possono attraversare l’apparato intestinale dei mammiferi e solo la più piccola frazione di microplastica, di dimensioni minore o uguale 20 micron può penetrare gli organi e causare danni. Molto probabilmente, le microplastiche interagiranno con il sistema immunitario ma mancano ad oggi, segnalazioni nell’uomo. Inoltre secondo alcune ricerche, numerosi organismi marini, dopo aver ingerito microplastiche sono riuscite ad espellerle in maniera naturale senza ricevere danni. Questo possibilità, non risulta applicabile nei molluschi e in alcune specie di pesci di taglia molto piccola, che di fatto vengono consumati con il tratto gastrointestinale. Pur tuttavia si può affermare che in base agli studi effettuati, la concentrazione riscontrata in entrambi i campioni, ad oggi non raggiunge livelli pericolosi per l’essere umano in quanto, anche in questo caso vengono naturalmente espulsi. Ovviamente, questo livello di contaminazione, deve rimare tale, non sappiamo quali effetti si potrebbero avere con una maggiore ingestione di nano e microplastiche, considerando che con il tempo, queste tenderanno ad aumentare per gli effetti corrosivi in atto, questo ci impone, di agire subito e in maniera rapida. Pertanto, occorrerebbe immediatamente focalizzare l’attenzione sui reali livelli di contaminazione e sulle aree che non hanno raggiunto ancora livelli critici, in maniera da intervenire attraverso azioni di contenimento, soprattutto nel caso in cui, processi produttivi contaminati raggiungano il consumo umano. L’inquinamento dell’ambiente marino, da parte delle microplastiche costituisce un potenziale problema sanitario e socioeconomico, la cui portata non è ancora percepita e studiata a fondo. Inevitabilmente gli accumuli di macroplastiche, sia galleggianti che sui fondali, vengono intercettate da chi quotidianamente, è a contatto con il mare. Tra questi i pescatori che durante le battute di pesca, trovano spesso questo materiale nelle reti. Una situazione che da tempo denunciano e che si intreccia con il lavoro quotidiano e con la quantità e qualità del pescato ma anche, con le attività delle realtà locali, legate allo sviluppo del turismo, trasporto marittimo, acquacoltura e industrie della pesca. Da questi elementi: lavoro, ambiente, tutela della salute e risorsa alieutica, nasce la volontà della flai cgil di analizzare il problema. Un lavoro che ha visto il coinvolgimento della ricerca scientifica, in collaborazione con chi quotidianamente affronta il problema, appunto i pescatori. Le indagini svolte nelle varie marinerie, hanno avuto lo scopo di valutare il livello d’inquinamento presente nelle reti durante le battute di pesca e per far questo, un gruppo di ricercatori, si è
imbarcato sulle navi messe a disposizione dai pescatori. Le aree prese in considerazione sono state quelle che vengono solitamente utilizzate per le battute di pesca. La realtà indica che, al netto delle specificità che contraddistinguono le varie marinerie, il prelievo di plastica durante le attività di pesca è costante. Questa condizione allarmistica, pone le basi per aprire un ragionamento sulla possibilità di un intervento diretto del settore. Ovviamente, non pensiamo di sostituire il lavoro della pesca con quello della raccolta dei rifiuti marini ma pensiamo, ad una integrazione tra le due attività dove quella principale deve rimanere la cattura. Un percorso nuova che se applicato all’intera stagione di pesca, potrebbe caratterizzare il prodotto pescato come un prodotto plastics free apportando, un valore aggiunto. Ovviamente ogni sito campionato è diverso e differisce nei risultati per effetto della sua posizione. Vi sono molte aree di pesca che si caratterizzano per la presenza dei fiumi le cui foci, in massima parte, rappresentano delle importanti aree di accumulo dei detriti provenienti dalla terraferma. Poi ci sono zone, dove le coste, creano sistemi di arresto naturale dei prodotti inquinati oppure altre, dove l’effetto delle correnti ne determinano sia lo spostamento che l’accumulo. Quindi le uscite effettuate nel mese di luglio nelle marinerie di Chioggia, Porto Garibaldi, Mola di Bari, Molfetta, Cecina, Anzio, Mazara del Vallo, Castellabate e Sant’Antioco, hanno dato risultati diversi, anche in base al tipo di attrezzo da pesca preso in considerazione. Il mestiere che maggiormente ha dimostrato di impattare con il problema, sono le imbarcazioni che effettuano la pesca con le reti a strascico. Non per questo gli altri sistemi di pesca, sono esenti da tali contaminazioni anche se in misura minore. Le uscite in mare, sono state anche l’occasione per confrontarsi con gli equipaggi ed ascoltare il loro punto di vista ed è emerso, uno scenario diverso tra le marinerie ma unito, da un filo conduttore: in mare si trova di tutto. Partiamo da Chioggia in Veneto, dove per effetto del fiume Po, si può trovare ogni cosa. Dai rifiuti plastici ai detriti naturali, agli elettrodomestici, a pezzi di mobili o ai teloni usati in agricoltura, tutto ciò che un fiume di quelle dimensioni può trasportare in mare. Alla marinerie di Porto Garibaldi in Emilia Romagna, dove il problema maggiore si riscontra con il ritrovamento delle cosi dette calse. Un contenitore plastico oblungo, nel quale vengono inseriti i mitili in fase di accrescimento. Questa è un’area, dove l’allevamento di cozze è una realtà importante che si aggiunge a quanto viene trasportato dal fiume Po. Anche considerando soltanto il 5% di calze abbandonate accidentalmente in un anno produttivo, si può stimare che vi siano ogni anno 150 km di frammenti, pari a 2.400kg. Quotidianamente una barca di Goro recupera 2
– 3 kg di plastiche. A Mola di Bari in Puglia, dove in una giornata di pesca vengono prelevate fino a 8 kg di plastica e i pescatori, ci dicono che nel tempo hanno notato un costante e notevole aumento. Oltre alle plastiche i fondali, ospitano ogni tipo di materiale, dai contenitori per vernici e altri di indubbia natura forse tossica , anche qui elettrodomestici, batterie d’auto fino ai residui bellici che rendono molto problematiche e pericolose le giornate di pesca. Nel mar Tirreno la situazione non è diversa. Si passa dalla marineria di Anzio nel Lazio, dove l’accumulo di plastica si concentra nell’area interna alle 3 miglia dalla costa. Questo è determinato delle mareggiate e delle correnti dei fiumi Tevere e Astura. Invece nelle aree di pesca oltre le sei miglia, non ci sono accumuli di rifiuti evidenti ma durante le cale comunque, qualcosa viene salpato. A Cecina in Toscana, è stato utilizzato un attrezzo da pesca diverso, definito rete da posta. Uno strumento che a differenza dello strascico, rimane fisso e viene attraversato dalle correnti. In questo caso, il contatto con gli agenti inquinanti, diventa causale ma non raro. A Castellabate in Campania, i rifiuti marini, sono diffusi generalmente in tutte le aree di pesca, indipendentemente dalla distanza dalla costa e dalla profondità. Questo, si determina per l’intensità delle correnti che diffondono il materiale in modo eguale su tutto il fondale. Tuttavia, l’area dove si riscontra il quantitativo maggiore di rifiuti salpato, è quella tra le 4 e le 5 miglia di distanza dal litorale. Per quanto riguarda le isole, solo la Sardegna, con S. Antiaco, rappresenta l’eccellenza in quanto, la presenza di plastica nelle reti è quasi nulla. Ciò non avviene a Mazzara Del Vallo in Sicilia. Le aree dove viene effettuata la pesca al gambero rosso, nelle parte occidentale dell’isola, presentano accumuli evidenti di rifiuti marini. Quindi, un quadro complessivo alquanto preoccupante che rileva la necessità di un intervento immediato ma soprattutto strutturato per rendere di nuovo il nostro mare pulito organizzandoci per riportando a terra, ciò che in mare non deve stare. Infatti tra le marinerie prese in considerazione dalla nostra ricerca solo il comune di Molfetta, con un progetto in via di ultimazione e quello di Anzio, hanno adottato un sistema di raccolta dei rifiuti collegato al sistema della raccolta comunale. Nelle altre realtà , si sono sviluppate attività progettuali di tipo sporadico e non continuativo. In sintesi, in base alla nostra ricerca, solo queste due realtà, hanno intrapreso da circa un anno, un percorso virtuoso di raccolta e smaltimento a terra dei rifiuti, salpati durante le attività di pesca. Infatti i pescatori in accordo con l’amministrazione comunale, hanno realizzato un’area di accumulo specifica nei pressi della banchina a loro dedicata e quotidianamente, dopo la giornata di pesca, riempiono dei contenitori con la plastica raccolta in
mare. Allo stesso modo gli operatori comunali, sempre quotidianamente, svuotano questi bidoni e portano il materiale raccolto alla filiera di smaltimento. Ma cosa accade nelle altre marinerie prese in considerazione da questa ricerca? E cosa accade negli altri porti dislocati su gli 8000 km di coste del nostro paese?. Molto probabilmente, tranne alcune iniziative dei singoli pescatori che ci dicono di portare la plastica pescata a terra per il resto, crediamo venga di nuovo rigettata in mare, incrementando ancora di più quel sistema di disgregazione dei materiali, di cui parlavamo all’inizio, micro e nano plastiche.
Quindi perché non approfittare di questa opportunità che i pescatori ci offrono?
Perché non approfittare delle migliaia d’imbarcazioni che ogni giorno setacciano il mare e i nostri fondali?
Perché non chiedere a loro di aiutarci a difendere il nostro mare, cosa che tra l’altro già fanno?
Si tratterebbe, di mettere a sistema un percorso già collaudato che manca solo dell’ultimo anello della catena, il collegamento tra la banchina del porto, con la filiera del riciclo solido urbano o con altri sistemi che gli permettano di conferire quanto raccolto, in un sistema di smaltimento. Il pescatore in questo fase, riveste un ruolo importante in quanto direttamente interessato al mantenimento e alla pulizia del mare. Un lavoro che potrebbe affiancare quello della pesca, creando una nuova attività, dedita alla manutenzione ordinaria delle aree normalmente sfruttate. Inoltre, si potrebbe anche ragionare di allargare le zone di pesca pensando, ad operazioni straordinarie di raccolta in zone di accumulo, dove solitamente, il pescatore non svolge attività di cattura, ampliando cosi, il raggio di azione delle aree di pesca e portando anche benefici in termini di ricostituzione degli stock ittici. Tutto ciò, potrebbe creare un potenziale beneficio economico per gli operatori della pesca ed anche, un beneficio per l’ecosistema marino. Quindi per creare queste condizioni, è necessario istituire un sistema di raccolta dei rifiuti all’interno dei porti e per realizzare questo percorso, è quanto mai necessaria la collaborazione dell’autorità marittima, con le amministrazioni locali. Questa parte, apparentemente semplice, è risultato il punto debole della catena, cosi ci dicono gli interessati. Ovviamente, la gestione di queste operazioni da parte degli equipaggi, dovrà necessariamente passare per una corretta formazione e informazione dei lavoratori per una adeguata gestione dei rifiuti, priva di
rischi per la salute e la sicurezza degli stessi. Una nuova attività, tanto da prefigurare nuove figure professionali che dovranno, occuparsi dello stoccaggio dei rifiuti e del successivo smaltimento ma anche, della separazione delle due filiere cioè, quella del prodotto pescato e dello scarto.
Ma cosa ci facciamo con la plastica che si pesca?
La crescente scarsità di risorse e l’aumento dei prezzi delle materie prime, stanno incoraggiando i produttori a trovare nuovi modi per recuperare i materiali a fine vita e trasformare i rifiuti in risorse. Molti prodotti, in particolare plastica e imballaggi, sono sempre più visti come fonti di materia prima secondaria, preziosa e conveniente. In questo caso lo smaltimento, può diventare prodotto commerciale e produrre anche reddito. Certo, la plastica attualmente riciclabile, ad esempio, è impiegata per la realizzazione di capi in pile. Oggi non si può riciclare per rifare gli stessi oggetti, e comunque sarebbe un processo che richiede energia supplementare e contribuirebbe ad aumentare i consumi energetici, rilasciando nell’atmosfera, una maggior quantità di gas serra, colpevole del cambiamento climatico in atto.
Ma la ricerca in questo senso va avanti e ci sono società che stanno lavorando in questa direzione. E’ recente, la notizia che un’azienda canadese, potrebbe avere la soluzione al problema dei rifiuti plastici: un nuovo sistema di riciclo, economico e sostenibile, che a differenza dei sistemi attuali recupera la plastica impiegandola per realizza altra plastica. Un recupero dello scarto ciclico in cui, non si consuma nuova materia prima, in questo caso petrolio, abbattendo anche i consumi energetici che risultano inferiori. Inoltre, l’invenzione di un nuovo macchinario, ha permesso di riconvertire la plastica in idrocarburi liquidi. Questa macchina, provvista di un bruciatore e di un sistema di distillazione ha riportato la plastica, dallo stato solido a quello liquido, producendo un olio chiamato synoil. Dopo test approfonditi, si è concluso che gli idrocarburi liquidi erano adatti come componenti di miscela per il gasolio convenzionale di petrolio. In Canada la stessa operazione è stata fatta con la plastica derivata dalla raccolta in mare, con risultati soddisfacenti. Il liquido prodotto, sebbene già in questa forma utilizzabile per produrre energia e propulsione nei motori navali, può anche essere convertito in benzina o gasolio. Il progetto ha anche dimostrato che il funzionamento di questa tecnologia su piccola scala, può essere logisticamente ed economicamente praticabile per le piccole comunità come potrebbero essere le marinerie, fornendo un mezzo per smaltire i rifiuti di plastica e una fonte di combustibile. Una apparecchiatura di modeste
dimensioni della misura di un container. I numeri indicativi, possono rivelarsi estremamente incoraggianti. Su 100kg di plastica si ottengono 80 litri di synoil, 15 litri di syngas e 5 kg di carbone attivo. Il costo di un litro di synoil cosi prodotto è 0,65 €/l. Data la relativa economicità dell’impianto, ma anche la sua estrema versatilità, potrebbe rappresentare uno di quei nodi mancanti nella filiera della pesca. Ovviamente queste sono solo alcune delle opportunità sulle quali si può aprire un ragionamento. Sicuramente significa avviare il pescatore verso nuove opportunità che il settore può offrire. Si tratta di un percorso fatto di nuove professionalità da aggiungere a quelle già in possesso del lavoratore ragionando, di prospettive professionali e crescita individuale, arricchita da una nuova competenza legata alla valorizzazione di materie prime, in questo caso il pesce e secondarie le plastiche. La flai crede, nel contributo che il settore della pesca può dare all’ambiente, al mare, e alla nostra salute. Crediamo nella volontà e nell’impegno dei pescatori più volte manifestato nelle tante assemblee svolte nelle marinerie italiane, come crediamo che questa ricerca, possa essere un punto di partenza per aprire un confronto su questo tema, tra lavoratori, parti sociali e istituzione. In conclusione, crediamo ci sia un’opportunità, valutiamola.
Antonio
Antonio PucilloPucillo –– FlaiFlai CGILCGIL NazionaleNazionale

Abstract Dr.ssa Liotta_CNR

SEDE DI PALERMO
Riduzione dell’inquinamento dei motori navali attuali, dai più grandi a quelli dei
pescherecci, con l’introduzione di catalizzatori innovativi
Scrubber e catalizzatori “a freddo”: soluzioni sostenibili all’inquinamento dei
motori di navi da crociera e grossi mercantili
Dr.ssa Leonarda Francesca Liotta
Istituto per Lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (ISMN)-CNR
Via Ugo La Malfa, 153
90146, Palermo
I motori delle navi contribuiscono notevolmente alle emissioni globali di diossidi di zolfo (SO2),
ossidi di azoto (NOx) e particolato (PM) con notevole impatto su ambiente e salute. Le navi da
crociera, alimentate dai combustibili più inquinanti, producono una fortissima impronta ecologica:
secondo il Guardian, la Harmony of the Seas, la nave attualmente più grande del mondo, brucia ogni
giorno circa 250.000 litri di olio combustibile pesante (HFO).
Le nuove normative sulle emissioni dei motori marini, secondo il protocollo MARPOL, spingono le
industrie del settore navale ad individuare nuove soluzioni tecnologiche per il trattamento dei gas di
scarico emessi dalle navi al fine di soddisfare i limiti ECA e SECA 2020. In particolare, molto
problematica appare la questione dell’abbattimento degli ossidi di azoto (NOx) che gli scrubber sono
in grado di ridurre soltanto in minima parte. Il gruppo di ricerca del CNR-ISMN in collaborazione
con Fincantieri/Cetena studia l’applicazione ai motori diesel delle navi della migliore tecnologia
esistente nel settore automobilistico per l’abbattimento efficace degli NOx tramite tecnologia SCR
(Selective Catalytic Reduction) con urea, nel range di temperatura 200-350 °C e si propone
l’obiettivo di trasferire “on board” le soluzioni tecnologiche più efficaci cercando di limitare i costi e
minimizzando l’impatto sull’assetto della nave.

1-Abstract BSL Gianluca De Leo-rev1

Blue Sea Land 2019
Titolo Convegno ENR: Sostenibilità delle tecnologie innovative e
linee
guida
verdi
di oggi per l’ambiente
blu
di
domani
Relatore: Prof. Gianluca De Leo, Augusta University (USA)
Titolo intervento: Interdisciplinary approach to sustainable
innovations to reduce pollution
Since the late 1990s, researchers have discouraged the practice of dividing pollution into
categories (air, water, land) and they have stated that there is only `one pollution’ because, by
traveling streams and rivers, oceans accumulate the majority of pollution we produce on land,
even if we live far from the coasts. Oceans are home to most of the life on earth, from
microscopic algae to the blue whale, the largest animal on the planet. Oceans control the
weather, clean the air, provide food to the world, and offer work to millions of people. Pollution
has been proven to damage the central nervous system in humans and animals and it is known to
be responsible for skin, lung, bladder, liver, and stomach cancers. Considering that life
expectancy is increasing around the world, people will collect more potentially toxic pollutants
during their lives. Researchers in public health, nutritional and environmental sciences,
engineering, policy, ethics and economics have the opportunity to create interdisciplinary teams
tasked with designing and developing sustainable innovative solutions capable of addressing the
rapidly worsening pollution. Sustainable innovation is the process by which sustainability
considerations (environmental, social, financial) are integrated at each step from idea generation,
to research and development and commercialization. An important characteristic of sustainable
innovation aimed to reduce pollution should be the capacity to truly and entirely solve a problem
rather than simply shifting the problem from one area to another. For example, starting January
1, 2020, the International Maritime Organization (IMO) will require vessels to reduce the
amount of sulfur oxides. Open-loop scrubbers can extract sulfur from the exhaust fumes of ships
that run on heavy fuel oil. However, with open-loop scrubbers, the sulfur emitted by the ships is
simply channeled from the exhaust and expelled into the water. This solution not only increases
the volume of pollutants being pumped into the sea, but also increases the emissions of carbon
dioxide.

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